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Giorno 43 - Il silenzio della solitudine

Aggiornato il: apr 24

Straziante.

Assordante.

Devastante.

Questi aggettivi si possono associare al "rumore" che fa il vuoto, o il silenzio se vogliamo.

Sembra un ossimoro e lo è.

Ma è anche la sensazione a pelle che ho avuto dopo aver letto la lettera sul quotidiano In Terris del nonno e del padre di famiglia ucciso dal Covid 19 in una RSA.

Ho avuto letteralmente i brividi quando l'ho letta, e anche ora rileggendo ho la stessa sensazione.

Tristezza e disagio estremo.

Riecheggiano quelle parole, come se fossero un grido di aiuto.

Una richiesta, non per la situazione devastante dovuta al virus Sar-Cov2, ma per l'insostenibile vita all'interno di quelle "prigioni dorate".

Un forte richiamo alla società, un monito per tutti noi.

Nessuno escluso.

Quel nonno di 85 anni, potrebbe essere mio nonno, o il nonno del nostro vicino, o perchè no potrebbe anche essere nostro padre fra 30-40 anni.

Trovo assolutamente brutali, senza cuore, senza umanità, senza dignità queste residenze sanitarie assistenziali.

Non voglio entrare nel merito di chi ci lavora e di come lo fa....

Ovviamente ci sono casi e casi, ci sono strutture e strutture ed è assolutamente sbagliato fare di tutta l'erba un fascio.

Quello che trovo senza anima è l'artifizio di una vita amorevole e dignitosa in quelle strutture.

L'apparenza ingannevole di dare all'"ospite" lo stesso amore, lo stesso calore, la stessa parvenza di normalità di un ambiente casalingo e familiare.

Pura follia.

Pretendiamo di costruire qualcosa basato su un forte legame di sangue, consolidato e rafforzato da anni ed anni di convivenza, litigi, complicità dei rapporti inter-familiari. Impossibile affatto riprodurre i legami umani:

marito-moglie, padre-figlio/a, madre figlio/a, nonno-nipote.

Altro motivo per cui trovo inumano la soluzione di mandare un familiare presso una RSA è il principio della mancanza di tempo per potersi prendere cura di lui.

Sacrilegio...

Non abbiamo tempo perchè dobbiamo correre....

Questo ci impone la società e riconosco che non sia facile.

Troppo spesso però ci culliamo su queste situazioni di comodo, non pensando al disagio che possiamo generare.

Purtroppo questo è il peccato di supponenza e presunzione di una società che non ha tempo di dedicarsi ai più deboli, a coloro che invece in età tarda hanno bisogno di maggiore supporto dalle famiglie.

Molti di noi in famiglia hanno avuto o hanno qualche anziano in qualche RSA, oppure qualcuno ha dovuto prendere la triste decisione di portare un proprio caro alla RSA.

Non giudico nessuno, non è mia intenzione farlo. Ogni situazione è diversa, e non è mai facile prendere decisioni in merito.

Non sto sputando sentenze dalla prospettiva di un giovane che non è mai stato costretto a decidere tra RSA o meno.

Non sto colpevolizzando chi prende o ha preso la decisione di rivolgersi ad una RSA.

Semplicemente esprimo il mio dissenso, il mio sconforto.

La tristezza che queste RSA generano nella mia anima e mia coscienza, perchè li ho sempre visti come posti bui, cupi, tetri, senza anima e senza colore.

Come se quella lettera l'avesse scritta mio padre, o mio nonno che non ho mai conosciuto.

E mi sento in colpa, come se fosse un mio parente quell'anziano di 85 anni.

La colpa di non accorgersi di quanto rumore possa fare il silenzio della solitudine.

La colpa di non accorgersi del vuoto per l'estirpazione dal proprio nucleo familiare.

La colpa di vivere in una società che rimane insensibile all'altro, al prossimo.

Sia esso un parente, un immigrato, un anziano, un nostro vicino, o semplicemente la persona che ci troviamo davanti al supermercato.

Perchè per quanto diversi, noi essere umani, aneliamo tutti la stessa cosa.


Il rispetto prima di tutto, #restiamoacasa.

RESTIAMO UNITI.

F.


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