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La Flotilla

2025-10-03 07:00

fahbro

palestina, pillole, politica,

La Flotilla

La Flotilla non è soltanto un insieme di navi. Non è una semplice regata. È una missioneche va oltre i confini: una missione per l’umanità intera, una missione

2 ottobre 2025
La Flotilla non è soltanto un insieme di navi. Non è una semplice regata. È una missione
che va oltre i confini: una missione per l’umanità intera, una missione umanitaria.
Dal popolo palestinese nasce l’ispirazione al risveglio; verso il popolo palestinese si muove uno sforzo collettivo. Le piazze tornano a riempirsi, riportando vitalità a una
mobilitazione che colpisce il cuore e che infonde speranza.
In un tempo storico dominato dal bullismo politico e dall’inerzia diplomatica, la Flotilla
appare come un lampo che squarcia il buio. La politica internazionale resta paralizzata da
interessi di clientela, colonialismi mascherati da alleanze e vassallismi nascosti dietro
formule di cooperazione. Il diritto internazionale, pilastro pensato per garantire una
convivenza pacifica, è stato relegato a mera letteratura giuridica: incapace di agire, privo
di forza.
Si parla di piani di pace – come i 21 punti proposti da Trump – ma quale pace può
esserci, se il progetto non è altro che l’ennesimo schema coloniale a favore del capitale?
Gli oppressi restano ai margini, costretti ad accontentarsi. I potenti possono fare e
disfare, come bulli alla guida del mondo. Dopo la Seconda guerra mondiale avevamo
giurato “mai più”. Eppure, da allora, il mondo è stato teatro di nuove atrocità: Vietnam,
Somalia, Rwanda, Sudan, Congo, Iraq, Afghanistan, Libano, Palestina, ex Jugoslavia,
Ucraina. Guerre abbondanti, genocidi ripetuti, menzogne moltiplicate.
“Un altro mondo è possibile”, si diceva già più di vent’anni fa, a Genova e in molte altre
parti del mondo.
Il capitalismo mostrava allora la sua deriva, un sistema fondato sull’adorazione del
denaro, capace di sacrificare natura, risorse, persone, comunità e governi.
Oggi i segni del suo sgretolamento sono davanti agli occhi di tutti.
Il seme delle attuali mobilitazioni era stato piantato tempo addietro. Così come il colonialismo israeliano ha radici ben più profonde del 7 ottobre o del fenomeno Hamas.
Il genocidio dei palestinesi, il dramma infinito di Gaza e la missione della Flotilla hanno concentrato il malessere globale, spezzando il muro dell’indifferenza.
Ci stiamo rendendo conto che la libertà di un popolo distante chilometri riguarda ciascuno di noi. Comprendiamo che siamo interconnessi da un filo invisibile ma tangibile, un legame che rende la giustizia indivisibile: non può esistere per alcuni e
mancare per altri. 
Non c’è vera libertà finché la Palestina – e altri popoli oppressi – non avranno pieno diritto all’autodeterminazione.
Il popolo palestinese, con la sua resistenza e resilienza decennale, ha avuto il coraggio di mostrare al mondo in diretta atrocità e sofferenze, trasformando il dolore in testimonianza. È da questo esempio che in tutto il mondo è sbocciato un nuovo
comunitarismo internazionale.
Oggi non c’è più differenza tra italiani, tedeschi, australiani, maliani, cinesi, ghanesi o palestinesi. Oggi c’è soltanto un’unica appartenenza: l’essere umano.
Il vento del cambiamento e della consapevolezza ha iniziato a soffiare. Ed è un vento che
non si può più fermare.
Grazie, Palestina.