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Testimoni - part1

Oggi ricorre l’anniversario del G8 di Genova.

19-20-21 Luglio 2001

2001-2023.

Molto tempo è trascorso.

Un'eternità se ragioniamo secondo i canoni della fast life da social network moderna, dove tutto invecchia dopo pochi click.

Tutto però è oggi più evidente che mai.

Si è scritto, raccontato e commentato ogni attimo di quei giorni che hanno lasciato il segno.

Si, perchè il G8 di Genova è stato uno spartiacque.

Un prima e un dopo.

A distanza di 22 anni ancora si cercano risposte alle sfide sociali e ambientali di cui eravamo e siamo tutt’ora promotori e attivisti noi “no global”.

Sembra che con il G8 a Genova siamo finito il movimento no global.

Ma io credo che seppur siano terminate le grandi manifestazioni globali che smuovono le masse, come quelle no global, proprio quel movimento, in quel contesto storico, ha posto le basi.

Con Genova si è buttato il seme di una consapevolezza.

Una consapevolezza che sorge lenta, forse troppo lenta.

Ci sarebbe da correre, da cambiare in fretta, considerando come la situazione socio-politico-ambientale stia degenerando.

Da Genova sono saliti alla ribalta i grandi temi tutt’ora attuali, seppur tristemente ancora irrisolti.

Redistribuzione della Ricchezza, Diritti Universali LGBTQ+ (seppur questo acronimo non fosse ancora sorto), Multiculturalismo, Salario Minimo, Diritto all’emigrazione, Diritti dei lavoratori , rispetto verso il Pianeta e le sue risorse, Tassazione delle Multinazionali.

Stiamo ancora parlando e troppo poco agendo su queste tematiche.

Ma tutto è partito da Seattle prima e Genova poi.

Allora proprio perchè tanto si è detto e scritto, oggi voglio lasciar la parola a chi è stato a Genova in quei giorni.

Persone comuni e rappresentanti politici TESTIMONI di quell'esperienza unica e mai più ripetuta nella storia che è stato il G8 di GENOVA.

State con me per 3 giorni, e sentirete 3 punti di vista diversi su quei fatti.

Cominciamo con Paco Ten.



Siamo alla vigilia del G8. Mi piacerebbe percorressimo assieme quei momenti, quei giorni.

Rispondendo di getto, di petto, seguendo i ricordi e le immagini che salgono alla memoria.

Come un viaggio a ritroso.

1. Raccontami il tuo spaccato di vita in quel periodo pre-G8 e il tuo background politico-socio-culturale, introduciti a chi non ti conosce.

"Mi chiamo Antonio, molti mi conoscono come Paco Ten. Classe 1982, nato a Lecce, ho vissuto l’adolescenza tra cortei, politica, sound system e dancehall reggae pirata in campagna o in spiaggia. Internet era ancora un archivio per nerd e le mie letture, ricerche, esperienze erano molto influenzate dai recenti movimenti di Seattle tanto che nel luglio 2000 arrivai all’esame di maturità con una tesina su colonialismo, globalizzazione e neo imperialismo con i Rage Against The Machine e la Roots Rasta music come colonna sonora delle mie giornate."


2. Come sei giunto all’idea di partecipare a quelle giornate di mobilitazione e protesta?

"Nel settembre 2000 mi trasferii a Roma per studiare Scienze della Comunicazione e iniziai a partecipare alle iniziative del Movimento No Global tra i vari centri sociali della città, principalmente al Forte Prenestino. A marzo 2001 partecipai al No Global Forum di Napoli e rimasi scioccato dalla gestione dell’ordine pubblico: non avevo mai vissuto in prima persona una manifestazione così violenta. Le forze dell’ordine applicarono una vera e propria rappresaglia, chiudendo i manifestanti su tutti i lati di Piazza Municipio, con lancio di candelotti lacrimogeni ad altezza uomo e cariche violente persino contro alcuni studenti di scuola media superiore con le mani alzate accompagnati dai loro insegnanti. Ricordo una ragazza incinta tirata per le gambe fuori da una farmacia in cui cercava riparo, le fughe all’interno dei vicoli con i cittadini napoletani pronti ad accoglierci e a medicare i feriti, ricordo le ceste calate dai balconi con l’acqua e i limoni per sedare l’effetto dei lacrimogeni. Dopo ore di fughe tra i vicoli io e la mia compagnia riuscimmo a raggiungere la stazione e a prendere il primo treno per Roma. In quel preciso istante capimmo che lottavamo per qualcosa di importante e di scomodo, qualcosa che era stato già deciso per noi e senza timore pensammo all’unisono “Tutti a Genova”. Al Governo c’era Giuliano Amato e il Ministro dell’Interno che permise questo scempio era Enzo Bianco."


3.Raccontami il viaggio per giungere a Genova. Come ti sentivi? Come hai raggiunto la città? Che vibrazione c’era? "Presi un treno da Lecce, la sera del 19 luglio 2001. Partimmo insieme ai collettivi di Lecce, Brindisi e Taranto, carichi di bandiere, caschetti, sacchi a pelo, tenda da campeggio. Erano mesi che seguivamo Indymedia e cercavamo di condividere informazioni via mail ed sms.

Dopo una notte in viaggio, tra SMS dai primi arrivati in città, euforia e ansia per le notizie lette sui quotidiani in stazione, raggiungemmo il campo di via Redipuglia per montare le tende. Era un luogo piuttosto periferico destinato ai manifestanti accorsi dalla Puglia; eravamo distanti dal Campo Sportivo di via dei Ciclamini dove campeggiavano tutti i disobbedienti accorsi da Roma, distanti dai punti accoglienza e dal corteo, eravamo divisi e smarriti e l’aria era già molto tesa, con le prime perquisizioni nelle tende, fuori i bagni, all’uscita del campeggio. Ricordo il suono continuo di sirene ed elicotteri e non so come feci a nasconderlo mentre parlavo al telefono con mia madre, che poverina non seppe nulla del mio viaggio a Genova sino a quando non mi vide in corteo alla televisione."


5.Arriviamo al giorno successivo.

Il 20 luglio. La giornata calda. Come l’hai vissuta? E In quali luoghi eri?

"Una volta lasciato il campeggio di via Redipuglia partimmo in un corteo lungo e sgangherato direzione lungomare/Brignole. L’aria era bollente, c’erano gruppi di forze dell’ordine di qualsiasi tipo e colore, anche la Guardia di Finanza con scudi, caschi e cani antisommossa…mai visti prima. Alcuni gruppi di Carabinieri in assetto anti sommossa marciavano battendo i manganelli sugli scudi mentre gruppi di anarchici Greci sfilavano a suon di tamburi, bandiere e fumogeni. C’era chiunque: dalle scolaresche ai metalmeccanici, dalle parrocchie ai centri sociali, bimbi, nonni, migranti di tutta Italia e del sud del mondo, reporters, videomakers, giocolieri, musicisti.

Genova è un labirinto meraviglioso, ma se ci vai per la prima volta in mezzo a una folla di oltre 100.000 manifestanti e migliaia di agenti portati lì senza la minima preparazione e conoscenza di luoghi e dinamiche, diventa una pentola a pressione…e così fu.

Ricordo ambigue presenze con look e tatuaggi tipicamente “nazionalpopolari” muoversi liberamente in scooter tra gruppi indefiniti di black bloc per poi passare tra le linee delle forze dell’ordine e scambiare informazioni con agenti in borghese muniti di ricetrasmittente. Mi sembrava assurdo vedere motocicli liberi di muoversi tra manifestanti e forze dell’ordine e poco dopo al suono di qualche petardo partirono le prime cariche immotivate. Ricordo alcuni veicoli blindati fare degli scatti repentini in mezzo ai manifestanti, seguiti poi da cariche da ogni lato della strada. Iniziammo a disperderci tra scalinate e vicoli senza uscita, con piccoli gruppi di agenti che ci inseguivano. C’erano bimbi che cadevano mentre i genitori alzavano le mani in segno di pacifismo, ragazze rimaste soffocate a terra a causa dei lacrimogeni, le prima teste rotte, i primi calci nei costati e le prime molotov e sanpietrini di risposta. Senza nessuna conoscenza della città, tra cassonetti capovolti e incendiati, sassaiole e rappresaglie, come topi in gabbia cercammo di raggiungere il corteo dei disobbedienti in zona Brignole."


6.Carlo Giuliani. L’hai incontrato? Dov’eri quando hai saputo della notizia del “morto”? Cosa si diceva l’interno della manifestazione in merito a questo omicidio?

"Il corteo dei disobbedienti era compatto e organizzato: gruppi con improvvisate armature di polistirolo e tappetini da yoga proteggevano i più deboli dalle violente cariche, ma condotto con forza in via Tolemaide il corteo fu assediato in testa da blindati con idranti, sul lato dei vicoli da continue cariche antisommossa, sul lato della ferrovia da lacrimogeni provenienti da dietro il muro e addirittura cecchini che spuntavano per monitorare e intimorire. Fu lì che apprendemmo della morte di un ragazzo nella vicina Piazza Alimonda dove la testa del corteo era stata dispersa. Si diceva che era stato investito, apprendemmo solo dopo del colpo di pistola.

Eravamo increduli, non era possibile, non nel 2001, non in Italia. Nell’aria si levò un coro “ASSASSINI”, potente, disperato, che continuò sino alla sera successiva.

Dopo diversi scontri ci ricompattammo nel campeggio dei disobbedienti nel campo sportivo per organizzare il corteo della mattina successiva. Eravamo tanti, eravamo addolorati, increduli, distrutti."


7. Il giorno successivo, il 21 luglio. Che giornata è stata? C’era incredulità, paura o prevaleva la rabbia?

"La mattina del 21 luglio al risveglio nel campeggio di via Redipuglia vidi troppi agenti dispiegati. Smontammo la tenda e scappammo via in pochi minuti. Seppi che furono trovate molotov, mazze e oggetti contundenti, uguale alla scuola Diaz poche ore dopo. Tanti manifestanti fermati furono condotti a Bolzaneto.

Il corteo del 21 luglio era immenso, infinito, rumoroso, colorato, arrabbiato. A-SSA-SSI-NI, A-SSA-SSI-NI, A-SSA-SSI-NI… il coro faceva tremare l’aria. Tanti poliziotti ci urlavano contro che avevamo ucciso noi Carlo, con la “nostra” violenza, che dovevamo starcene buoni a casa. Ricordo ancora le cariche, improvvise, cieche, violente. Ricordo un gruppo di suore e attivisti cattolici terrorizzati intorno a Vittorio Agnoletto e circondati dall’antisommossa. Ricordo ancora gli scooter e gli uomini con ricetrasmittente in mezzo a gruppetti di Black Bloc ignorati dalle cariche. E poi ancora le fughe e le manganellate su per scale e vicoli. Ricordo Zulù e Meg dei 99 posse con il fiatone mentre salivamo su una scalinata ripida per sfuggire a una carica sproporzionata rispetto ai gruppetti in cui eravamo stati divisi. Ricordo i cordoni tra i pacifisti con le mani dipinte di bianco e i cori “isoliamo i violenti”: eravamo stati divisi in tanti piccoli gruppi, eravamo il popolo variegato di una città che era già stato smembrato in tanti piccoli comitati di quartiere contrapposti l’uno a l’altro. Il dolore, la delusione, la paura, la fuga, la rabbia, gli scontri.

Saltavamo da un corteo all’altro, tacciati prima come “violenti”, poi come “comunisti”, poi come semplice carne da macello, eravamo tutti in balia degli eventi. Ricordo tanto sangue: perchè 7-8 uomini bardati di tutto punto devono accanirsi con calci, pugni, manganelli contro un ragazzino caduto a terra, disarmato, che sputa i denti dalla bocca?"


8. Diaz e Bolzaneto, cosa hai vissuto di quello spaccato di violenza estrema?

Già in quei giorni si diffuse la notizia delle due macellerie oppure è esploso solo mediaticamente nei giorni successivi? E tu personalmente hai subito episodi di violenza?

"Eravamo in fuga con i nostri zaini da campeggio in spalla ormai dalle 7 del mattino. Non potevamo tornare a dormire al campeggio di via Redipuglia e l’unica opzione era la Scuola Diaz che oltre al media center di Indymedia ospitava manifestanti stranieri e persone bisognose di aiuto immediato. Ma per fortuna non ci arrivammo mai. Sentimmo che la scuola era assediata, fuggivamo seguendo il flusso verso la stazione di Brignole. "


9. Abbiamo parlato dell’andata. Ora per favore raccontami il viaggio di ritorno a Genova.

Come ti sentivi? Che sensazioni ti portavi dentro?

"In stazione era pieno di agenti che nel sottopassaggio braccavano i manifestanti come predatori. Se eri ferito e chiedevi aiuto agli operatori sanitari finivi in ospedale con una denuncia. Se gli agenti ti fermavano finivi a Bolzaneto con una denuncia. In fuga dalle forze dell’ordine Riuscimmo a salire al volo sul primo treno in partenza al primo binario raggiunto col fiatone. Eravamo distrutti. Scoprimmo che il treno non andava a Milano o Roma o Lecce, ma era un interregionale che percorreva la linea tirrenica. La mattina presto ci ritrovammo a chiedere ospitalità in un camp estivo dell’Unione degli Studenti vicino Orbetello, ma questa è un’altra storia. Al Governo c’era di nuovo un Silvio Berlusconi in grande forma, ministro dell’Interno l’On. Claudio Scajola conosciuto per un fascicolo giudiziario davvero appassionante. A capo della Polizia c’era Gianni De Gennaro, poi promosso sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri del governo Monti e ancora presidente dell'azienda a partecipazione statale Leonardo (ex Finmeccanica). Inutili elencare i nomi dei dirigenti di polizia condannati e poi promossi vicequestori, questori o manager con la complicità di ogni orientamento politico."


10. Quale eredità ti ha lasciato Genova personalmente?La tua ideologia è cambiata? Ti sei ammorbidito/a?

"Niente è tornato come prima. Sono riuscito a tornare a Genova dopo oltre 10 anni per suonare nel CSOA Zapata e nonostante potessi finalmente ammirare la bellezza della città continuavo a vedere ovunque dei flashback terrorizzanti. Penso alle persone inermi vittime di violenza immotivata, penso a quegli studenti di 15-16 anni presi a manganellate e oggi che faccio l’insegnante quel senso di impotenza assoluta mi devasta. La mia rabbia sociale è aumentata di anno in anno, i processi sono stati rimandati, archiviati, dimenticati e oggi purtroppo sento che le lotte e i contenuti sono stati spazzati mediaticamente per lasciare alle nuove generazioni un lontanissimo e insignificante fatto di cronaca. "


11.Cosa pensi della situazione economica, politica e sociale, alla luce delle battaglie del movimento no global di allora?

"Per l’opinione pubblica e i giornalisti del tempo eravamo i “violenti”, “drogati”, “comunisti”, “scansafatiche”. Parlavamo di copyleft e condivisione della conoscenza, glocalismo, agricoltura sostenibile, autodeterminazione dei popoli, apertura delle frontiere, tassazione equa per le multinazionali, diritto alla casa e allo studio, salario minimo. Parlavamo di identità e autodeterminazione locale, solidarietà e collaborazione internazionale. Utopia che alimentava conflitto, speranza e azione.

Tutto questo si è evoluto in un’aberrazione distopica: il web è diventato proprietà assoluta dei colossi che controllano le nostre vite attraverso normative mutevoli e ambigue, la promozione dell’identità ed economia locale è sfociata in becero populismo e xenofobia, le tendenze e le informazioni girano veloci ma in modo omologato e sterile in tutto il globo, le giovani generazioni vivono passivamente un realismo capitalista in cui importa fare soldi ed essere cool ma non serve a niente provare a capire e reagire. Anche vivere esperienze ed emozioni è diventato un siparietto da incorniciare nei social, con dinamiche e linguaggi funzionali ad essi e ai trend che ci impongono. Prova a pensare alla musica: le etichette indipendenti, i concerti polverosi, le autoproduzioni, la socialità, la conflittualità, sono stati risucchiati e poi completamente distrutti dall’establishment con le loro playlist, le dirette, i like, il look, gli sponsor, i testi che parlano di stasi, depressione, impotenza, violenza, armi, fuoriserie, marchi costosi, fare soldi, assumere farmaci per sentirsi un po’ meglio e poi stare di nuovo male per ripartire da capo.

“Un altro mondo è possibile” era il nostro motto ed eravamo pronti a macinare kilomentri e affrontare nuove sfide pur di rivendicarlo, perché volevamo anche noi un futuro “bello” o almeno dignitoso: pensa, eravamo la prima generazione a vivere una vita peggiore dei propri predecessori sin dal dopoguerra.

Sarò pessimista ma dopo essere cresciuto in un mondo in cui le informazioni erano filtrate e monopolizzate dai mass media, e poi il muro di Berlino, Tangentopoli, il Bunga Bunga, il più becero precariato e sfruttamento, in poco meno di due decenni ho visto prendere forma un mondo dalle mille possibilità di condivisione social, ma socialmente impossibile. E vedo purtroppo diverse generazioni accettarlo come l’unico mondo possibile, in nome dell’individualismo. Fa male vedere crescere nuove donne e uomini privi di empatia ma spaventosamente deboli, in preda a crisi di panico, vittime di un continuo senso di inadeguatezza, uno smisurato controllo sociale e la sensazione che la realtà sia ormai questa e non si possa più cambiare. "


12.Ci sono oggi movimenti in grado di mobilitare masse dallo stesso incipit rivoluzionario di quello no global di 20 anni fa?


"Il controllo sociale è in continua crescita, l’economia ha cambiato strategie, il clima è al collasso. Non so se ci sarà un movimento del genere, so che ci sono i presupposti e gli strumenti per divulgare, creare conflitto e alimentare un movimento. So che mai e poi mai punterò il dito dicendo “violenti”, “drogati”, “comunisti”, “scansafatiche”. So che tutti hanno diritto a una vita felice e la felicità è bella solo se condivisa. Agitatevi!"


Grazie Paco per averci donato la tua testimonianza.

Sempre bello condividere e conoscere.

f.

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